La cometa interstellare 3I/Atlas rappresenta una delle opportunità più rilevanti per l’astrofisica moderna. A differenza di 1I/’Oumuamua, che nel 2017 aveva lasciato interrogativi irrisolti sulla sua natura, e di 2I/Borisov, osservata nel 2019 ma con limitazioni nei dati, 3I/Atlas si presenta come un frammento di roccia e ghiaccio espulso da un altro sistema planetario, mostrando una chioma cometaria attiva e ricca di gas e polveri, offrendo quindi una finestra unica per studiare la composizione di oggetti formatisi attorno a stelle lontane.

La ricerca, guidata da Silvia Protopapa del Southwest Research Institute di Boulder, USA, con la partecipazione di un team di ricercatori europei e dell’Esa, tra cui Marco Micheli dell’Esa Neocc, ha utilizzato il telescopio spaziale James Webb (JWST) e il suo spettrografo NirSpec. Questo strumento copre la gamma spettrale da 0,6 a 5,3 micrometri (µm), permettendo di analizzare le firme del ghiaccio d’acqua in dettaglio. Le osservazioni sono state pianificate in tre epoche chiave nell’arco di otto mesi: agosto 2025, quando la cometa si trovava a 3,1 Unità Astronomiche (AU) dal Sole; dicembre 2025, subito dopo il perielio a 2,38 AU; e aprile 2026, quando la cometa si era allontanata a 5,65 AU.

Le osservazioni hanno rivelato che, mentre nelle comete del Sistema solare il ghiaccio è spesso relativamente puro, in 3I/Atlas il ghiaccio d’acqua appare sotto forma di aggregati mescolati a polvere. La dimensione dei granelli, pari o inferiore a un micron, provoca un comportamento ottico diverso, suggerendo una struttura più complessa rispetto alle comete tradizionali. Gli spettri di 3I/Atlas risultano simili a quelli osservati in corpi ghiacciati oltre Nettuno, come Tritone e altri oggetti della fascia di Kuiper, che mostrano una banda a 3 µm molto marcata e bande a 1,5 e 2 µm deboli o assenti, un’anomalia spettrale che non trova riscontro nelle comete del Sistema solare, dove le tre bande sono generalmente ben definite.

Il risultato principale dello studio è che l’assenza delle bande a 1,5 e 2 µm non indica una mancanza di ghiaccio d’acqua, bensì rivela la sua struttura microfisica, fornendo un nuovo criterio per interpretare la composizione delle comete interstellari e per confrontare i materiali primitivi del Sistema solare con quelli di altri sistemi planetari.

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